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Settimana Nazionale della Bonifica e dell’Irrigazione

Dal 26 settembre al 4 ottobre 2020 si svolgerà la Settimana Nazionale della Bonifica e dell’Irrigazione, promossa da ANBI, Associazione Nazionale Consorzi Gestione e Tutela del Territorio e Acque Irrigue. Il tema di quest’anno è “la sostenibilità sociale, economica ed ambientale nell’utilizzo della risorsa acqua”.
L’Associazione Irrigazione Est Sesia, sabato 26 settembre, da inizio alla Settimana Nazionale della Bonifica e dell’Irrigazione 2020 con “A SPASSO CON LA DAMA”, una lezione itinerante tra acque e ruote organizzata al mulino di Mora Bassa di Vigevano in collaborazione con l’Associazione Culturale “La città ideale”. Le visite guidate al mulino della “Dama con l’ermellino” saranno in costume d’epoca e si svolgeranno nei seguenti orari: 14:30, 15:30 e 16:30. Per i bambini presenti è previsto un laboratorio didattico alla scoperta dei progetti di Leonardo da Vinci.
La seconda iniziativa ha come protagonisti i cittadini; questa volta non sarà Est Sesia a promuovere visite nel territorio, individuando canali e ambienti d’acqua unici nelle terre del riso, ma sarà il pubblico stesso, che cimentandosi nella fotografia si farà promotore di paesaggi d’acqua inediti. Dal 26 settembre 2020 fino al 4 ottobre, sarà possibile partecipare a “SCOPRI LE ACQUE CON UN CLICK”: basta inviare una fotografia dei canali, delle loro architetture alla mail stampa@estsesia.it Est Sesia si occuperà della condivisione degli scatti sui propri canali Social. Gli scatti selezionati riceveranno un riconoscimento.
Mario Fossati, Direttore Generale dell’Associazione Irrigazione Est Sesia afferma: “In questo 2020 molto particolare Est Sesia vuole tenere vivo l’interesse per il territorio, avvicinando le persone alle bellezze delle “cattedrali d’acqua” nel paesaggio irriguo con un’iniziativa alla portata di un clik per fronteggiare in totale sicurezza e serenità l’emergenza Covid-19, e con una visita un po’ particolare alla scoperta di un luogo unico come l’ecomuseo del mulino di Ludovico il Moro”

L’obiettivo è proprio quello di coinvolgere la società civile, cogliendo l’occasione per far conoscere i Consorzi di bonifica e d’irrigazione, comprendendo il ruolo e l’importanza dell’ininterrotta attività svolta da tali enti, fondamentale per l’agricoltura e per la salvaguardia dell’ambiente.
fonte: http://www.estsesia.it

Settimana europea della mobilità sostenibile 16-22 Settembre 2020

La Settimana Europea della Mobilità, giunta quest’anno alla 19a edizione, è ormai diventata un appuntamento fisso e irrinunciabile per tutte le amministrazioni e per tutti i cittadini che si vogliono impegnare sulla strada della sostenibilità e del miglioramento della qualità della vita delle nostre città. Ogni anno, dal 16 al 22 settembre, migliaia di città e milioni di cittadini europei festeggiano la mobilità sostenibile e lanciano un messaggio di cambiamento e di rinnovamento dei nostri stili di vita. Al fine di incentivare l’adesione e la partecipazione all’evento, ogni anno la Settimana Europea della Mobilità si concentra su un particolare argomento relativo alla mobilità sostenibile, sulla cui base le autorità locali sono invitate a organizzare attività per i propri cittadini e a lanciare e promuovere misure permanenti a sostegno.
Il tema dell’edizione 2020 della Settimana della Mobilità è “Emissioni zero, mobilità per tutti” e riflette l’ambizioso obiettivo di un continente che punta a diventare “carbon neutral” entro il 2050, così come dichiarato da Ursula von der Leyen, presidente della Commissione europea, alla presentazione del Green Deal europeo. Il tema “Emissioni zero, mobilità per tutti” mira a sottolineare l’importanza dell’accessibilità al trasporto a emissioni zero e a promuovere un quadro inclusivo che coinvolga tutta la cittadinanza, attraverso l’adozione di misure che promuovano un ambiente urbano inclusivo e privo di emissioni di carbonio. Pertanto, la Settimana della Mobilità 2020 incoraggia cittadini e autorità locali a prendere iniziative per raggiungere l’obiettivo a lungo termine di un continente a emissioni zero.
Le città che promuovono sistemi di mobilità puliti e inclusivi sono più attraenti, con meno traffico e una migliore qualità della vita. Registrarsi è facile e veloce e permetterà a ogni città di unirsi idealmente a tutte le migliaia di città in tutto il mondo che condividono l’iniziativa: è possibile farlo a questo link, con pochi e rapidi passaggi. Il Ministero dell’Ambiente aderisce anche quest’anno alla Settimana Europea della Mobilità e coordina e supporta le iniziative e gli eventi organizzati da Comuni e associazioni. Come ogni anno, l’obiettivo è quello di confermare l’Italia tra i Paesi leader con il maggior numero di adesioni a livello europeo.
Come ogni anno la Settimana Europea della Mobilità costituirà, per la cittadinanza e per le amministrazioni locali, un’occasione e una vetrina irrinunciabile per attivarsi in un processo, necessario, irrinunciabile e ormai avviato, di miglioramento della mobilità urbana nella direzione della sostenibilità ambientale unita alla crescita economica locale e alla qualità della vita delle città.
Per ulteriori informazioni e per adesioni alla Settimana Europea della Mobilità è possibile visitare il sito internet www.mobilityweek.eu ; in particolare, nella sezione “Useful Resources” sono disponibili strumenti utili per la comunicazione e la realizzazione di iniziative prima e durante la Settimana.

La città di Novara organizza le seguenti attività:

16 Settembre – Spesa in bicicletta Percorso organizzato lungo gli assi commerciali del centro con Legambiente – FIAB – Novara Green
17 Settembre – Convegno “Mobilità e Trasporti Sostenibili”
19 Settembre – Itinerario per le vie del centro storico di Novara con la scuola Nordic Wolking Novara
20 Settembre – Novara a 6 zampe – Passeggiata didattica urbana con gli istruttori cinofili GoGoDog
22 Settembre – Giretto d’Italia 2020 – Bike to Work

In occasione della giornata del 22 Settembre Europrogetti aderirà a Bike to work, incentivando l’uso della bicicletta per i propri collaboratori

fonte: minambiente.it

infortuni e malattie professionali del primo semestre 2020

Sul sito Inail sono disponibili i dati analitici delle denunce di infortunio e di malattia professionale presentate all’Istituto entro il mese di giugno 2020 con i confronti “di mese” e “di periodo”.

I dati dei primi sei mesi del 2020 e del 2019 sono da ritenersi poco significativo per due motivi: la sospensione su tutto il territorio nazionale, a partire da marzo, di ogni attività produttiva considerata non necessaria, che si sta rivelando determinante per il calo delle denunce d’infortunio in complesso, e l’inclusione, a partire dalla rilevazione dello stesso mese, delle denunce di infortunio relative alle infezioni da Covid-19 avvenute nell’ambiente di lavoro o a causa dello svolgimento dell’attività lavorativa e in itinere, alle quali sono dedicati specifici comunicati, che sta avendo un impatto significativo nell’aumento dei decessi registrati in questa prima parte dell’anno, i cui effetti si potranno però valutare solo a consolidamento nei prossimi mesi.

I dati rilevati al 30 giugno di ciascun anno evidenziano a livello nazionale un decremento sia dei casi avvenuti in occasione di lavoro, passati da 276.043 a 217.695 (-21,1%), sia di quelli in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, che hanno fatto registrare un calo del 43,1%, da 47.788 a 27.201. Il confronto tra il quadrimestre marzo-giugno 2020 e l’analogo quadrimestre del 2019 documenta come le diminuzioni siano molto più marcate, pari rispettivamente al -30,0% e al -62,6%.

Il numero degli infortuni sul lavoro denunciati nei primi sei mesi del 2020 è diminuito del 14,2% nella gestione Industria e servizi (dai 243.591 casi del 2019 ai 209.118 del 2020), del 23,1% in Agricoltura (da 15.694 a 12.068) e del 63,3% nel conto Stato (da 64.546 a 23.710).

Come era attendibile, in controtendenza rispetto all’andamento degli altri settori economici, il settore Ateco “Sanità e assistenza sociale” ha registrato un forte incremento delle denunce di infortunio in occasione di lavoro: +171% su base semestrale (da 13mila a 35mila casi) e +255% su base quadrimestrale (marzo-giugno 2020 vs marzo-giugno 2019), passando dagli oltre 8.500 casi registrati nel periodo marzo-giugno 2019 agli oltre 30mila del quadrimestre marzo-giugno 2020 (oltre tre denunce su quattro riguardano il contagio da Covid-19), con un aumento di quasi il 500% nel solo bimestre marzo-aprile 2020/2019.

Al 30 giugno di quest’anno risultano quattro incidenti plurimi avvenuti nei primi sei mesi, per un totale di otto decessi: il primo in gennaio, costato la vita a due lavoratori vittime di un incidente stradale a Grosseto, il secondo in febbraio, con due macchinisti morti nel deragliamento ferroviario avvenuto in provincia di Lodi, il terzo in marzo, con due vittime in un incidente stradale in provincia di Torino e l’ultimo in giugno, con due operai travolti dal crollo di un muro a Napoli. Lo scorso anno, invece, gli incidenti plurimi avvenuti tra gennaio e giugno erano stati nove, con 18 casi mortali denunciati (16 dei quali stradali).

Clima, la crisi da Covid-19 ha tagliato le emissioni italiane del 17%

Ancora una volta dove non arriva la politica industriale ci pensa – in modo assai più distruttivo – una crisi economica a tagliare le emissioni di gas serra italiane, e stavolta la batosta è stata molto dura: l’Enea nella sua ultima Analisi trimestrale del sistema energetico italiano documenta cali «senza precedenti».
Nel II trimestre 2020 i consumi di energia sono calati del 22% rispetto al 2019, mentre su base semestrale il dato si ferma a -14%. «E anche nell’ipotesi ottimistica di un ritorno alla normalità nella seconda parte dell’anno, a fine 2020 la flessione sarà probabilmente superiore al record negativo del 2009 (-6%), spiega Francesco Gracceva, il ricercatore Enea che ha curato l’Analisi.
In compenso il forte calo dei consumi di energia elettrica (-13%) ha accresciuto il ‘peso’ delle fonti rinnovabili – forti anche della priorità di dispacciamento – che nel mese di maggio hanno soddisfatto oltre il 50% della domanda di elettricità «raggiungendo un nuovo massimo storico».
Un dato che a sua volta è collegato a quello sulle emissioni: nel II trimestre quelle di CO2 del sistema energetico sono stimate in calo del 26%, mentre guardando al primo semestre si arriva a circa il -17% (oltre 28 MtCO2 in meno). Cali in entrambi i casi cali superiori a quello dei consumi di energia, perché quest’ultimo si è concentrato sulle fonti fossili, e tra queste su quelle a maggiore intensità carbonica (carbone e petrolio).
Tuttavia, se per l’economia (come per l’incremento di povertà e disuguaglianze sociali legato alla crisi) non c’è da festeggiare, anche il clima non ringrazia. Le stime preliminari evidenziano che a luglio i consumi di energia sono già in sensibile aumento – si stima un calo rispetto a luglio 2019 inferiore al 10%, in ripresa rispetto al -15% stimato per giugno – e questo senza una transizione ecologica si tradurrà inevitabilmente in un’accelerata delle emissioni.
In questi mesi infatti «circa 2/3 della riduzione delle emissioni – documenta l’Enea – è spiegata dal crollo della domanda di energia, sebbene un ruolo significativo lo abbiano avuto anche l’accelerazione della decarbonizzazione nel settore elettrico e in misura minore la riduzione dell’intensità energetica dell’economia (favorita peraltro anche dal clima mite). Ne consegue che in uno scenario di ritorno dell’attività economica sui livelli pre-crisi è plausibile che la traiettoria delle emissioni torni a non essere in linea con gli obiettivi al 2030. Inoltre, pur in miglioramento, anche in questa fase la crescita del peso delle rinnovabili resta su una traiettoria non in linea con gli obiettivi».
Non è una novità, purtroppo. Nel corso del 2019 le emissioni di CO2 legate al settore energetico in Europa sono calate il doppio che in Italia, dove sono sostanzialmente ferme ai livelli del 2014; nel frattempo il clima del nostro Paese si surriscalda però a velocità praticamente doppia rispetto alla media globale. Anche le nuove istallazioni di energie rinnovabili crescono col contagocce ormai dal 2013, tanto che se proseguiremo con questo ritmo gli obiettivi al 2030 rimarranno irraggiungibili.
fonte: greenreport.it

Il mondo delle rinnovabili chiede regole certe o addio obiettivi nazionali

Le regole sono fondamentali, ma l’eccesso di burocrazia, è un po’ come l’eccesso di informazioni, produce l’effetto contrario. Questo vale per molte cose, ma per le rinnovabili (oltre che per gli impianti di qualsiasi natura legati) vale ancor di più. In quanto la possibilità o meno di realizzarli, è direttamente proporzionale alla possibilità di raggiungere gli obiettivi nazionali stabiliti dal Pniec. Che a loro volto sono quelli che dovrebbero aiutare l’Ue a raggiungere i propri obiettivi europei che a loro volt stanno dentro quelli nazionali che stanno, con grandissima fatica, provando a mitigare il cambiamento climatico. Stavolta ad alzare la voce, ma con una proposta tutt’altro che urlata, bensì concreta e diretta, è Elettricità Futura (associazione di Confindustria tra produttori di energia elettrica da fonti rinnovabili e da fonti convenzionali, distributori e fornitori di servizi e trader, al fine di contribuire a creare le basi per un mercato elettrico efficiente e per rispondere alle sfide del futuro). E lo fa attraverso una proposta al governo sviluppata in quattro punti, declinati anche per le Regioni.

La prima proposta è quella di “introdurre specifiche misure a favore degli interventi di rinnovamento degli impianti rinnovabili esistenti in un’ottica di valorizzazione dei siti già oggetto di investimenti in passato e di minimizzazione di consumo di suolo. A tal fine è necessario adottare in tempi celeri una norma a livello centrale (decreto previsto dal D.Lgs 28/2011, art.5, comma 3, mai pubblicato) che permetta di distinguere una modica “non sostanziale” di un impianto (autorizzabile con Procedura Abilitativa Semplificata – PAS) da una “sostanziale” (da sottoporre all’iter autorizzativo ordinario ed alle connesse verifiche ambientali)”.

La seconda, a nostro avviso la più importante, è quella di “semplificare le procedure autorizzative definendo criteri oggettivi di applicazione o esclusione delle procedure ambientali e paesaggistiche, in relazione alla effettiva sussistenza di vincoli specifici nell’area interessata dal progetto”. In buona sostanza “favorire l’individuazione di aree particolarmente vocate allo sviluppo di nuovi impianti”, mentre “laddove vi siano dei vincoli”, definire secondo criteri oggettivi e resi pubblici, “quali siano le eventuali aree nelle quali i vincoli sono tali da precludere completamente la realizzazione dell’intervento”. Inoltre “la comunicazione, da parte dell’amministrazione pubblica responsabile del procedimento, di un parere negativo dovrebbe indicare obbligatoriamente le cause del diniego e le modifiche al progetto necessarie a superarlo”.

Terzo punto: “introdurre semplificazioni del Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale (PAUR) e un migliore coordinamento di tale procedura con l’autorizzazione unica (AU) per impianti da FER ex D-Lgs. 387/03 poiché oggi si assiste ad un’applicazione disomogenea a livello regionale”.

Più tecnica ancora la quarta proposta: “introdurre una disciplina specifica per i sistemi di accumulo, che dovranno rientrare tra gli interventi di pubblica utilità, indifferibili ed urgenti, tali da poter quindi beneficiare di un procedimento autorizzativo unico che disciplini la realizzazione di impianti storage “stand alone” o connessi ad impianti di produzione di energia da fonte rinnovabile. Per favorire una maggiore elettrificazione dei consumi, sarà necessario introdurre quote obbligatorie di veicoli elettrici sulle nuove vendite, stimolare gli investimenti in infrastruttura di ricarica e promuovere lo sviluppo di filiere industriali, favorire l’utilizzo dell’auto elettrica in aree urbane attraverso congestion charges e prevedere specifiche agevolazioni (ZTL, corsie dedicate, parcheggi gratuiti)”.

fonte: greenreport.it

#Stopmicrofibre, la campagna di Marevivo in difesa del mare

Plastica, mare, inquinamento. Design, responsabilità, innovazione. Dalle microplastiche alle microfibre. Non solo le bottiglie e le stoviglie di plastica, ma anche le fibre tessili hanno un ruolo preminente nell’inquinamento da plastica che soffoca il mare. Secondo i dati del CNR, in 60 anni la produzione di plastica è passata da 0,5 mln di tonnellate l’anno a 330 mln. Marevivo, che da tempo conduce un’instancabile battaglia in difesa del mare, ha coinvolto l’Accademia di Costume&Moda – una delle migliori scuole di moda del mondo, che è già diventata plastic free – nella campagna di sensibilizzazione #Stopmicrofibre.
Alcuni pensano che la plastica abbia invaso una zona delimitata, ma al contrario non c’è mare che ne sia privo, e non solo: tracce di plastica sono state trovate perfino nei ghiacciai montani.
La scelta di Marevivo non è stata casuale. L’Accademia di Costume&Moda prepara gli stilisti di domani, formare alla consapevolezza e all’impatto che il proprio lavoro può avere sull’ambiente è una responsabilità forte. Progettare con una visione sostenibile significa trovare nuove soluzioni per produrre materiali e oggetti belli, dal design elegante e ricercato, che strizzano l’occhio all’economia circolare e non danneggiano l’ambiente: un Made in Italy che ama e rispetta l’ambiente.
Raffaella Giugni, membro del comitato direttivo di Marevivo, ha dato un’idea in cifre che spiega la ragione di #Stopmicrofibre: un lavaggio in lavatrice di 5 kg di abiti sintetici rilascia dai 6 ai 17 milioni di particelle di microfibre inferiori a 5 mm che – inquinando il mare perché non trattenute dai sistemi di filtraggio – vengono ingerite dai pesci ed entrano nella catena alimentare. In parole povere, la plastica arriva anche sulle nostre tavole: Francesco Regoli, vice direttore del Dipartimento di Scienze della Vita e dell’Ambiente dell’Università Politecnica delle Marche ha denunciato la presenza di microplastiche – anche di origine tessile – nella maggior parte dei pesci analizzati. Non sono ancora disponibili dati sulla tossicità per l’uomo, ma certo mangiare plastica non sembrerebbe esattamente salutare.
Le aziende hanno capito che la sostenibilità è una chiave per entrare nelle preferenze dei consumatori, perché il mercato premia le azioni responsabili: non solo marketing, ma responsabilità sociale. Responsabilità che riguarda l’azienda (ad esempio in termini di visione strategica, di innovazione e di approccio etico), i suoi prodotti (materiali utilizzati, processi di lavorazione, packaging) e i suoi valori (tracciabilità, risparmio di acqua, energia e CO2).
È iniziata una «rivoluzione industriale che si gioca sull’economia circolare. Un’evoluzione che ci impone di modificare il modo in cui produciamo e consumiamo» ha detto Lupo Lanzara, vice presidente dell’Accademia di Costume&Moda. Si cerca di creare prodotti secondo valori che fino a poco tempo fa non c’erano: innovazione e design sono una caratteristica del Made in Italy, oggi il plus è la sostenibilità.

Covid-19, l’Antimafia mette in guardia sulla gestione rifiuti

«È evidente che l’emergenza sanitaria è di per sé una situazione eccezionale ed in quanto tale potrebbe offrire l’occasione per ottenere appalti legati sia alla distribuzione di presidi medicali che allo smaltimento dei rifiuti speciali ospedalieri». Nell’ultima relazione semestrale inviata oggi al Parlamento, la Direzione investigativa antimafia (Dia) mette in guarda sui purtroppo consueti rischi – o sulle opportunità, dal punto di vista della malavita – che la pandemia ancora in corso è in grado di aggravare.

«La massiccia immissione sul mercato di dispositivi sanitari e di protezione individuale, in molti casi considerati “infetti” dopo l’utilizzo in ambienti a rischio, pone un problema di smaltimento di rifiuti speciali, settore notoriamente d’interesse della criminalità organizzata. Sono prevedibili, pertanto, importanti investimenti criminali nelle società operanti nel “ciclo della sanità”, siano esse coinvolte nella produzione di dispositivi medici (mascherine, respiratori, ecc) nella distribuzione (a partire dalle farmacie, in più occasioni cadute nelle mire delle cosche), nella sanificazione ambientale e nello smaltimento dei rifiuti speciali, prodotti in maniera più consistente a seguito dell’emergenza».

Rischi che la pandemia esacerba, ma che sono ormai profondamente radicati in un Paese che non è in grado di gestire i rifiuti che produce: nell’ultimo rapporto dedicato ai rifiuti urbani l’Ispra stesso certifica che «vi sono regioni in cui il quadro impiantistico è molto carente o del tutto inadeguato», e guardando invece ai rifiuti speciali basti osservare che mentre cresce la produzione calano gli impianti per gestirla, con l’export che schizza in alto del 13%.

Ma i rifiuti sono come l’acqua: vanno dove incontrano meno resistenza, e in assenza di impianti legalmente autorizzati a gestirli secondo logica di sostenibilità e di prossimità le alternative sono le discariche abusive e/o la criminalità organizzata. Dinamiche che vanno ben oltre quelle contingenti della crisi sanitaria e che riguardano tutto il Paese, come illustra l’Antimafia. Le sorprese non mancano.

Ad esempio, un caso che lega nord e sud Italia: «Le indagini hanno documentato una ulteriore inversione della rotta dei traffici di rifiuti. Infatti, è accaduto che a seguito degli incendi dei capannoni, registrati in Lombardia tra il 2017-2018 e del conseguente aumento dei controlli, si è arrivati al sequestro di intere aree fino a quel momento adibite allo sversamento illegale. A quel punto il sodalizio oggetto dell’inchiesta, per proseguire il business, ha dovuto rimodulare i suoi traffici avvertendo l’esigenza di dover smaltire altrove. Ed è così che i rifiuti, anche speciali, che fino a quel momento erano sversati (e, all’occorrenza dati alle fiamme) in capannoni dismessi in Brianza, nel comasco e nel milanese (Varedo, Gessate e Cinisello Balsamo) ma anche in provincia di Trento, sono poi stati dirottati dalla Lombardia verso la Calabria e tombati in una cava del lametino».

E nel centro Italia? Emblematica «l’operazione “Prato Waste” del 30 luglio 2019, nell’ambito della quale la Polizia municipale ha eseguito, nella provincia di Prato, un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 4 imprenditori italiani e 2 cinesi, ritenuti responsabili di smaltimento illegale di rifiuti speciali non pericolosi (scarti tessili) anche verso l’estero. Nell’indagine sono risultati coinvolti altri soggetti, titolari di diverse ditte italiane e cinesi aventi come ragione sociale “lo smaltimento di rifiuti”, in alcuni risultate “fittizie”. I siti di stoccaggio sono stati individuati nel territorio pratese, in provincia di Pistoia, a Rovigo, Mantova e Reggio Emilia».

È questo il contesto nazionale che, in assenza di soluzioni strutturali, la pandemia non può che rendere più critico. A preoccupare non sono di per sé i tonnellaggi di rifiuti. Nella relazione approvata nei giorni scorsi dalla commissione parlamentare Ecomafie (in allegato, ndr) si mostra che se alcune frazioni come quelle dei rifiuti sanitari quest’anno sono destinate a crescere, complessivamente si prevede una contrazione nella produzione complessiva di rifiuti – quelli urbani, ad esempio, si dovrebbero attestare sui livelli del 2000 – a causa della crisi economica. Ma di per sé questa non è affatto una buona notizia, come già abbiamo osservato su queste pagine.

Il problema rimane infatti tutto, nel suo complesso: l’Italia continua a presentare enormi criticità nella gestione degli scarti e dei rifiuti non riciclabili. Mancano impianti di recupero energetico, le discariche stanno esaurendosi, non ne abbiamo in numero sufficiente per i rifiuti pericolosi. Inoltre mancano piattaforme per il riciclo e impianti di digestione anaerobica e compostaggio, specie al centro-sud.

Tutto terreno fertile per la criminalità organizzata, come rileva la Dia: lo smaltimento dei rifiuti «soffre di una cronica carenza di strutture moderne per il trattamento, situazione che potrebbe favorire logiche clientelari e corruttive da parte di sodalizi criminali».

Non una novità, dopo che nella scorsa relazione semestrale l’Antimafia aveva dedicato un focus specifico proprio al tema rifiuti, mettendo in evidenza che la carenza di impianti è alla base dell’emergenza ormai cronicizzata: «La perdurante emergenza che in alcune aree del Paese condiziona ed ostacola una corretta ed efficace gestione del ciclo dei rifiuti vede tra le sue cause certamente l’assenza di idonei impianti di smaltimento che dovrebbe consentire l’autosufficienza a livello regionale […] Significativa, ad esempio, la mancata realizzazione di termovalorizzatori». Il contrario di quanto, apparentemente, continua a sostenere il ministro dell’Ambiente Sergio Costa.

fonte greenreport.it

La Giornata europea dei Parchi al tempo del cornavirus.

La Giornata Europea dei Parchi 2020 ha uno slogan #ParksForHealth (Parchi sani, persone sane) quanto mai azzeccato, perché sottolinea l’importanza del contatto positivo con la natura per tutelare la salute umana, creare benessere, prevenire problemi di salute pubblica e promuovere uno stile di vita attivo e sostenibile. Insomma, avvicinare la natura alle persone e al loro bisogno di benessere è un’altra missione importante dei parchi al pari di quella di proteggere il nostro capitale naturale. Nonostante i limiti del distanziamento fisico, l’European day of parks, deve essere l’occasione per ribadire l’importanza dei parchi e riflettere sule difficoltà di un sistema nazionale delle aree protette che, non è composto di soli Parchi nazionali, e deve dare organicità alla tutela delll’11% del territorio nazionale protetto.

Parchi terrestri e aree marine protette, ottengono risultati importanti nella conservazione della biodiversità, sono meta per il turismo attivo e sostenibile e aiutano economie virtuose a crescere, nonostante le difficoltà. Le aree marine protette, ad esempio, devono sopravvivere con poche risorse, una governance inadeguata e un modello organizzativo risalente alla L.979/82 e la L. 394/91. Mentre i parchi nazionali, enti autonomi di diritto pubblico, per la gran parte sono sprovvisti di Piani dei parchi e Regolamenti approvati, come denuncia la Corte dei Conti che sottolinea anche la mancanza di personale e diverse inefficienze di gestione e nonostante abbiano le casse piene di soldi non spesi. Le aree protette regionali, invece, hanno subito continue modifiche normative e tagli ai finanziamenti, ed oggi appaiono solo l’ombra di quel sistema di tutela messo in campo dalla Regioni virtuose nel ventennio 1980-2000.

Il nostro Paese, grazie alla leale collaborazione tra le Regioni e il Governo, è stato capace di realizzare un sistema integrato di aree protette che in poco tempo, in particolare dal 1990 al 2010, è cresciuto dal 3 all’11%. Un percorso di concertazione messo a dura prova da una pretestuosa interpretazione della riforma del titolo V che, anziché dare nuove funzioni alle Regioni, ha sancito invece la separatezza tra le politiche statali e quelle regionali. Occorre risolvere il nodo politico della leale collaborazione, riscrivendo magari un nuovo progetto condiviso per le aree protette, per ottenere una migliore performance e rispondere anche agli obiettivi che a livello globale il deve raggiungere il nostro Paese. Il sistema nazionale delle aree protetta (che è di più della somma delle aree nazionali più quelle regionali), deve saper superare la separatezza tra le politiche nazionali e regionali, e co-decidere sulle scelte per la tutela della natura e dello sviluppo sostenibile dei territori protetti.

Serve una discussione pubblica, magari attraverso la terza Conferenza nazionale sulle aree protette, per affrontare nel merito i problemi delle aree protette e aperta a tutti coloro che vivono e operano nei parchi e non solo a chi “parla” di parchi. Una discussione utile a fornire ai parchi strumenti utili per prendere in mano la lotta al climate change e valorizzare questi territori che sono diventati più resilienti perché, mediamente, meglio gestiti e con maggiori opportunità.

Benefici oltre i parchi, non deve rimanere uno slogan datato, ma divenire una pratica in cui le are protette trasferiscono l’approccio One Health nei diversi settori in cui sono coinvolte (ambiente, salute animale, gestione del territorio…) per raggiungere i migliori risultati nella tutela degli ecosistemi e per la salute pubblica, mitigare le conseguenze della perdita della biodiversità, della crisi climatica e dei rischi legati alle pandemie prevenendo le zoonosi.

Le aree protette devono saper affermare la “pratica del parco” nei loro territori puntando a diventare un player territoriale, sapendo interpretare le aspettative dei cittadini e dei diversi portatori di interessi. Devono saper gestire i conflitti, che inevitabilmente crescono con la crescita del loro ruolo, per non essere travolti dalla gestione burocratica che li caratterizza ed evitare il lento e inesorabile declino che li può interessare.

Per rilanciare il sistema nazionale delle aree protette è necessario passare attraverso una “nuova primavera” e un accordo tra i diversi livelli istituzionali che fino ad oggi è mancato. Ripartire dalla leale collaborazione tra Governo e Regioni per scrivere assieme gli obiettivi del prossimo decennio per conservare la biodiversità, e programmare un percorso per tutelare il 30% del territorio nazionale e portare al 10% le aree a riserve integrale. Esiste già una lunga lista di aree protette in attesa di istituzione, altre richieste sono state avanzate da comunità locali e amministratori che reclamano un riconoscimento per i loro territori, mentre altre sono da istituire perché dovranno svolgere un ruolo fondamentale nella tutela e corretta gestione del nostro capitale naturale.

Occorre partire dalla aree protette sospese, quelle che stanno in un limbo e sono in un luogo istituzionale, per colpa di istituzioni che non decidono o sono incagliate in procedimenti istitutivi troppo macchinosi. Le aree protette che proponiamo di istituire nel decennio 2020/2030:

  • Parchi nazionali del Gennargentu previsto dalla legge 394/91;
  • Parco nazional del Delta Po previsto dalla legge 394/91;
  • Parco nazionale della Costa Teatina, in Abruzzo, previsto dalla 93/2001 che ha assegnato al parco un finanziamento di 1.000 milioni di vecchie lire a decorrere dal 2001. Dopo 19 anni ci sono 10milioni di euro immobilizzati nelle casse del Ministero in attesa del parco.
  • Parchi nazionali delle Egadi e del Litorale Trapanese Iblei in Sicilia, previsto dalla L. 227/2007;
  • Parco nazionale delle Eolie Iblei in Sicilia, previsto dalla L. 227/2007;
  • Parco nazionale degli Iblei in Sicilia, previsto dalla legge 227/2007;
  • Parco nazionale del Matese, tra Campania e Molise, istituito dalla L.205/17 ma l’iter è inspiegabilmente bloccato;
  • Parco nazionale di Portofino in Liguria, istituito dalla legge 205/17;
  • Area marina protetta dell’Arcipelago Toscano, prevista dalla legge 979/82 ancora prima che nascesse il Parco nazionale che oggi ha solo un perimetro di tutela a mare, per la quale è in corso una raccolta firme on-line;
  • Area marina protetta della Costa del Conero finanziata da una legge del 2014;
  • Area marina protetta della Costa del Piceno il procedimento è fermo dal 2008;
  • Area marina protetta Golfo di Orosei-Capo Monte Santu in Sardegna, in fase di completamento gli studi conoscitivi per istituirla;
  • Area Marina protetta di Capo d’Otranto – Grotte Zinzulusa, in Puglia, completamento degli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Romanelli – Capo di Leuca, in Puglia, completamento degli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Isola di Capri, in Campania, finanziati gli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Capo Spartivento, in Sardegna, finanziati gli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Isola di San Pietro, in Sardegna, finanziati gli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Costa di Maratea, in Basilicata, finanziati gli studi conoscitivi;
  • Area marina protetta Grotte di Ripalta – Torre Calderina, in Puglia, prevista dal 2013, è invece naufragata a causa del degrado rilevante e non risolvibile nel breve periodo del sito interessato dalla sua istituzione.
  • Area marina protetta della Penisola Salentina in Puglia, iter non avviato per mancanza di risorse economiche;
  • Area marina protetta Monte di Scauri nel basso Lazio, iter non avviato per mancanza di risorse economiche;
  • Area marina protetta Monti dell’Uccellina – Formiche di Grosseto – Foce dell’Ombrone Talamone in Toscana, iter non avviato per mancanza di risorse economiche;
  • Area marina protetta de La Maddalena, prevista dalla L.394/91 contestualmente al Parco nazionale che ha solo un perimetro di tutela a mare;
  • Area marina protetta del Circeo la legga 979/82 prevede la nascita della Amp delle Isole Pontine, sarebbe invece più opportuno tutelare il mare e la costa dell’attuale Parco nazionale che non gode nemmeno di una tutela del perimetro a mare;
  • Area marina protetta di Pantelleria, prevista dalla L. 394/91 non ancora istituita nonostante sia nato il Parco nazionale senza nemmeno un perimetro a mare.

Le nuove aree protette da istituire:

  • Istituire il Parco nazionale del Fiume Magra tra Liguria e Toscana, che comprenda l’attuale territorio del Parco Regionale di Montemarcello-Magra-Vara in provincia di La Spezia, le ANPIL, aree naturali protette di interesse locale, sul fiume Magra in provincia di Massa-Carrara, oltre ai siti della rete Natura 2000 compresi nel bacino idrografico interregionale del Fiume Magra.
  • Istituire il Parco nazionale della Penisola Sorrentina in Campania, che comprenda l’attuale Parco regionale dei Monti Lattari, l’Area marina protetta di Punta Campanella e le aree della rete Natura 2000 che interessano sostanzialmente quasi sempre gli stessi comuni che partecipano a tre diversi livelli di governance (parco regionale, Amp, e siti natura 2000), e in più si offrirebbe l’occasione di una gestione unitaria anche per il sito Unesco della Costiera Amalfitana.
  • Istituire l’Area marina protetta Torre la Punta in Campania, interessa la costa del Comune di Pollica, tra il borgo di Acciaroli e quello di Pioppi, e ricomprende uno specchio acqueo di oltre 1 milione di mq ricco di biodiversità e reperti archeologici di epoca greco-romana.
  • Istituire il Parco regionale del Crinale Piacentino, Emilia Romagna, corridoio di connessione con la Liguria dell’alto appennino piacentino con numerose aree umide in quota
  • Istituire il Parco regionale dei Monti Volsci, comprende i Monti Lepini ed i parchi regionali degli Ausoni e Aurunci inglobati in questa proposta unitaria di area ìdel Lazio meridionale.
  • Istituire il Parco regionale dei Monti Ernici, corridoio ecologico fondamentale per la tutela dell’Orso bruno marsicano, cerniera tra le aree protette del Lazio e dell’Abruzzo,
  • Istituire il Parco regionale dell’Alto Molise, interessa il territorio compreso tra le valli del Trigno e del Volturno e l’Area MAB Collemeluccio-Montedimezzo.
  • Istituire il Parco regionale fluviale del Neto, in Calabria, interessa l’intero corso del fiume fino alla foce

fonte:greenreport.it

22 Aprile – The Earth day 2020 la terra respira

Giornata Mondiale della Terra, istituita come giornata delle Nazioni Unite nel 2020 viene celebrata il 22 aprile. Da 50 anni a questa parte, essa rappresenta un appuntamento di riflessione sullo stato di salute del nostro pianeta e, per il 2020, il tema individuato è l’azione per il clima. Nonostante la minaccia del virus che sta condizionando la nostra salute e la nostra libertà, l’azione sui cambiamenti climatici rimane la più urgente sfida per la sopravvivenza dell’intera umanità. La sua improrogabilità emerge dai dati sul surriscaldamento globale divulgati dall’Organizzazione meteorologica mondiale (OMM) delle Nazioni Unite, secondo cui le temperature raggiunte dall’aria superficiale nel 2019 sono le più elevate mai registrate.
Secondo lo studio del World Glacier Monitoring Service, inoltre, il 2019 è stato il 32° anno consecutivo in cui si è sciolto più ghiaccio di quanto se ne sia riformato ed i livelli del mare hanno raggiunto il loro massimo innalzamento da quando sono iniziate le registrazioni.
Le suddette rilevazioni suscitano il concreto timore sull’impossibilità di rispettare gli obiettivi delle Nazioni Unite fissati proprio nella giornata internazionale della Terra del 2016 in cui, nella sede di New York, venne aperto alla firma l’Accordo per combattere il riscaldamento globale raggiunto a Parigi nel dicembre del 2015.
Anche nella situazione in cui ci troviamo, in cui un virus minaccia la sopravvivenza di una consistente parte della popolazione e le nostre libertà, non bisogna distogliere l’attenzione dall’urgenza di frenare i cambiamenti climatici e azzerare le emissioni di gas serra il più presto possibile.

La vulnerabilità climatica costituisce la più grande sfida per il futuro e il benessere dell’umanità poiché rappresenta una minaccia all’abitabilità del pianeta, sia da un punto di vista biologico che sociale. Essa rischia di compromettere il nostro ecosistema vitale e le libertà umane, favorendo le discriminazioni tra i popoli e le disuguaglianze di genere.
Senza un radicale cambio di rotta, i cambiamenti climatici determineranno la perdita dei mezzi di sussistenza per le popolazioni più povere del mondo e le donne saranno le prime a farne le spese perché più povere, più esposte a malattie e dedite all’agricoltura.

Oggi la natura si sta riappropriando della propria terra, domani rientriamo in punta di piedi.

Esa, il lockdown per Covid-19 ha dimezzato l’inquinamento atmosferico da NO2 in Europa

Le concentrazioni di inquinamento atmosferico da biossido di azoto (NO2) sono in caduta libera in tutta Europa, come spiegano dall’Agenzia spaziale europea (Esa) riportando le ultime rilevazioni satellitari fornite da Copernicus – ovvero il programma di punta per l’osservazione della Terra dell’Ue. Analizzati dal Royal Netherlands Meteorological Institute, i nuovi dati mostrano concentrazioni di NO2 praticamente dimezzate nel periodo che va dal 13 marzo al 13 aprile 2020, rispetto alle concentrazioni medie rilevate nello stesso periodo del 2019. Madrid, Milano e Roma hanno visto una riduzione di circa il 45%, mentre Parigi un calo del 54% «coincidente con le severe misure di quarantena implementate in tutta Europa».

Le concentrazioni di biossido di azoto nella nostra atmosfera, come ricordano dall’Esa, variano molto di giorno in giorno a causa sia delle fluttuazioni delle emissioni, sia delle variazioni nelle condizioni meteorologiche. Questa variabilità meteorologica rende difficile arrivare a conclusioni solide sugli effetti del lockdown basandosi solo su misurazioni giornaliere o settimanali delle concentrazioni di inquinamento atmosferico. Serve dunque un approccio più complesso al problema: «Esistono notevoli variazioni meteorologiche in ogni Paese da un giorno all’altro, che hanno un grande impatto sulla dispersione del biossido di azoto – spiega Henk Eskes del Royal Netherlands Meteorological Institute – Osservare dati medi su periodi di tempo più lunghi ci consente di vedere più chiaramente i cambiamenti nelle concentrazioni di NO2 dovuti all’attività umana. Per questo motivo, le mappe mostrano concentrazioni su un periodo mensile con un’incertezza del 15%, che riflette la variabilità meteorologica non rilevata nelle medie mensili utilizzate».

Anche utilizzando quest’approccio molto prudenziale il crollo nelle concentrazioni di inquinamento atmosferico è netto in quanto il parametro osservato, il biossido d’azoto, è fortemente legato all’andamento del traffico veicolare. Tra i fattori emissivi rientrano tutti i processi di combustione, ma secondo l’Ispra oltre la metà di tutte le emissioni di NO2 in Italia dipendono dai trasporti su strada; non a caso il Sistema nazionale di protezione ambientale ha registrato già a fine marzo una diminuzione dell’ordine del 50% nelle concentrazioni di NO2 in Pianura Padana»  seguito delle misure introdotte dal Governo per l’emergenza» Covid-19.

Queste diminuzioni nell’inquinamento atmosferico hanno un loro risvolto positivo – l’Italia è il primo Stato in Europa per morti premature da NO2 con circa 14.600 vittime all’anno, come mostra l’Agenzia europea dell’ambiente – ma in generale la crisi da Covid-19 non rappresenta affatto una buona notizia per lo sviluppo sostenibile del Paese, che ne uscirà anzi ulteriormente indebolito senza le necessarie contromisure.

Questi crolli nelle concentrazioni di inquinamento atmosferico mostrano però con grande chiarezza il ruolo attivo che i comportamenti umani possono avere nel miglioramento dell’aria che respiriamo, offrendo così una bussola per nuovi investimenti pubblici a partire da quelli sulla mobilità: le idee non mancano, ora serve metterle in pratica.

Fonte:greereport.it